Bando di gara - 31 dicembre 2008
Data di pubblicazione: 31 Dicembre 2008
Data di scadenza: 30 Gennaio 2009
Data di pubblicazione: 31 Dicembre 2008
Data di scadenza: 30 Gennaio 2009
Data di pubblicazione: 31 Dicembre 2008
Data di scadenza: 30 Gennaio 2009
AVVISO DI RETTIFICA
CONCORSO PUBBLICO PER TITOLI ED ESAMI PER LA COPERTURA DI N. 1 POSTO A TEMPO PIENO ED INDETERMINATO DI ISTRUTTORE DIRETTIVO ASSISTENTE SOCIALE
Data di pubblicazione: 08 Gennaio 2009
Data di scadenza: 7 Febbraio 2009
(Per chi avesse problemi a scaricare il bando del concorso può cliccare sui link sotto riportati)
- Gazzetta Ufficiale Bandi.pdf
- Istr.Dir.Assist.Sociale Integrale.pdf
Data di pubblicazione: 31 Dicembre 2008
Data di scadenza: 30 Gennaio 2009
IL CULTO DI SAN PANCRAZIO
Patrono di San Pancrazio Salentino è (e non poteva essere diversamente) San Pancrazio Martire, per il quale si svolgono solenni festeggiamenti civili e religiosi l’11 e il 12 maggio. Patrono secondario è San Francesco d’Assisi. Antichissima quanto il paese è la devozione verso il protettore di cui, nella chiesa Matrice, si conservano le reliquie che vengono solennemente esposte durante i festeggiamenti patronali.
Avvolgevano la statua con grosse funi e così la lasciavano finchè non pioveva
Quella devozione, tuttavia, non ha impedito che nascesse tra il santo e i suoi fedeli un rapporto – come dire – a corrente alternata: grande slancio di fede, ma anche spigolosa rivendicazione dei diritti della gente e del dovere del patrono di riconoscerli, come l’usanza di legare San Pancrazio per sollecitarne l’intervento in tempi di siccità.
In quelle occasioni, infatti, la statua, con il corpo avvolto in una grossa fune, veniva portata in processione nei fondi Matalone e Sierri e qui veniva lasciata finchè non arrivava la pioggia. Il sistema doveva funzionare se è vero, così riferiscono i più vecchi, che generalmente pioveva prima che la processione raggiungesse la destinazione e che raramente il patrono fu abbandonato in campagna in attesa che facesse… il suo dovere.
Il ragazzo si passava le bombe che cadevano da una mano all’altra quasi fosse un giocoliere
Ma San Pancrazio ha avuto sempre un occhio benevolo per il paese. L’episodio che più è rimasto impresso nella memoria collettiva è addirittura recente, e si collega alla seconda guerra mondiale. Poco dopo l’8 settembre 1943 in seguito al trasferimento del re e del governo da Roma a Brindisi, che sarebbe stata capitale d’Italia fino all’anno successivo, nei centri vicini al capoluogo furono dislocate truppe italiane e alleate.
A San Pancrazio Salentino si attestarono soprattutto reparti americani che, individuati dalla ricognizione aerea, i tedeschi bombardavano sistematicamente. La popolazione dovette così familiarizzare con il sinistro avvertimento delle sirene che invitavano tutti a scendere nei rifugi. Uno di questi era sotto la piazza principale, davanti alla chiesa Matrice.
In quel rifugio prestava servizio di sorveglianza un giovane soldato italiano originario della Toscana. Questi, durante un massiccio bombardamento, vide sul sagrato della chiesa un ragazzo che afferrava al volo le bombe che cadevano e poi se la passava da una mano all’altra quasi fosse un giocoliere. Il soldato, sbalordito, gli gridò di lasciar stare quel divertimento pericoloso e di mettersi al sicuro. Il ragazzo lo guardò, gli sorrise enigmatico ed entrò in chiesa passando attraverso le porte che in quel momento erano chiuse. Cessato l’allarme, il soldato corse in chiesa alla ricerca del ragazzo, ma con grande meraviglia si accorse che era identico alla statua di San Pancrazio: stessi occhi, stesso atteggiamento scanzonato e pensoso. L’uomo capì di essere stato testimone di un evento prodigioso e ne fu profondamente turbato.
Finita la guerra volle dimostrare al Santo la propria graditudine per essere uscito salvo dal conflitto e da allora, finchè non è diventato anziano, è venuto ogni anno a piedi dalla Toscana fin qui. Che San Pancrazio abbia avuto un ruolo determinante è dimostrato dal fatto che dai bombardamenti il paese ha avuto pochissimi danni alle cose. Solo una bomba infatti cadde sulla stazione ferroviaria; nessuna vittima.
Anzi alcuni fedeli accertarono addirittura che gli aerei nemici pur volando a bassa quota non riuscivano a identificare San Pancrazio Salentino: al suo posto vedevano una fitta boscaglia. Molto sentita è anche la devozione per i Santi Medici che si festeggiano l’1 e 2 Ottobre. La festa, anticamente, aveva un particolare sistema di finanziamento: ogni proprietario di vigneto era tenuto a donare un secchio di uva per ogni carico che si faceva durante la vendemmia.
Infine, il 13 Giugno è festa al Santuario di Sant’Antonio che sorge su un complesso di grotte scavate nel tufo e già utilizzate dai monaci basiliani nel medioevo. Si pensa che in origine il santuario fosse dedicato a Sant’Antonio Abate (uno dei padri del monachesimo orientale) e non, com’è attualmente, a Sant’Antonio da Padova.
Convinto assertore delle virtù del primo, un fedele ostinato ha voluto costruire, nei pressi dell’antico, un nuovo santuario: l’opera non è priva di interesse per lo spontaneismo che l’ha determinata.
RITROVAMENTO DI UN SITO ARCHEOLOGICO PREROMANO IN CONTRADA LI CASTELLI
Recentemente, l’esistenza della posizione archeologica nella contrada “LI CASTELLI” (da ora su SP; Figura 3 e 4; Foglio 12), appena ad est del moderno paese di San Pancrazio Salentino, veniva indicata solo da scoperte casuali. Anche se l’ampia zona era già generalmente conosciuta come archeologicamente interessante sin dal 1900 d.c., è solo dopo l’inizio di intensive e profonde arature praticate all’inizio del 1960 che altre specifiche informazioni sono divenute disponibili. Nel 1961m Salvatore Taurino riferì delle sue scoperte su un piccolo altopiano nella contrada “Castelli” a circa un Km ad est della città, rispetto alla quale, secondo la sua descrizione, era posto in una posizione alquanto elevata. Taurino fece menzione di campi recentemente e profondamente arati dove “sono affiorate fondamenti di antichi edifici, tombe con lastroni di carparo”.
Da questi campi, Taurino raccolse un’ampia serie di manufatti antichi datati dal periodo dell’Età del Ferro fino al III Sec. d.c. Le sue osservazioni sono accompagnate da una lista di 35 manufatti del luogo. Fra questi, predominano ceramiche del III e IV Sec. a.c., in particolare oggetti verniciati di nero.
Fra gli oggetti più antichi è inclusa un’accetta in bronzo dell’Età del Ferro e alcuni articoli fasciati, una “trozzella” e un frammento di calice con delle figure nere, tutte datate dal periodo Arcaico-classico. Fra i più recenti manufatti ci sono una lampada ad olio della tarda Repubblica e alcune monete del II e III secolo d.c. L’intenso interesse di Taurino nella contrada Castelli fu subito seguito da un intervento accademico.
Nel 1967, C. Pagliara visitò la contrada e la vicina Masseria Leandro e arrivò a conclusioni simili a quelle di Taurino. Secondo il parere di Pagliara, infatti, la recente profonda aratura aveva cancellato tracce di muri e cose ancora visibili fino a pochi anni prima. Soprattutto egli fu informato dell’esistenza di un mercato nero internazionale che ha assorbito il contenuto di dozzine di tombe ed altre scoperte del luogo, in particolare monete delle colonie greche; generalmente datate tra il IV e il VI secolo a.c. Queste date coincidono con quelle delle ceramiche che Pagliara ha raccolto dalla superficie durante la sua visita. Alcune di queste appartengono al contesto di una delle due tombe scavate dai tombaroli poco tempo prima della sua visita. Di queste, di particolare interesse è un calice Italiota in vernicenera, sulla base del quale è inciso un nome greco maschile in genitivo da sinistra a destra in alfabeto greco arcaico, cioè ARISTELES in trascrizione- Il recipiente e il suo proprietario sono riconosciuti da Pagliara come un elemento estraneo in un contesto del tutto diverso. Quest’ultimo è testimoniato non solo dal tipo di ceramica ma anche da un’altre iscrizione sull’orlo di un largo bacile (limmu) di pietra trovato nella zona Castelli nello stesso periodo. E’ in scritto Messapico risalente al V sec. a.c. e si legge in trascrizione >THAZAMASXI<.
Ancora altre scoperte casuali dalla zona Castelli sono riportati negli anni ‘70; in particolare frammenti di due recipienti Attici, raffiguranti una brocca rossa e un bicchiere raffigurante una campana rossa; semplici ceramiche in vernice nera risalenti dal III al V sec. a.c.; diversi pesi da telaio incisi, una dracma d’argento tarantina risalente al 281 – 272 a.c. e frammenti di un capitello Dorico.
In aggiunta a queste scoperte, nel 1960 D’ANDRIA testimoniò la scoperta casuale di un gruppo di 300 asce di bronzo e punte di lance. Secondo il parere di D’ANDRIA, essi probabilmente appartengono allo stesso contesto colonico come il cumulo di oltre 500 frammenti di recipienti geometrici Iapigi dell’età del Ferro, che fu scoperto nella contrada Castelli nel 1984. Questi frammenti venivano alla luce attraverso l’attività dei tombaroli i quali non attribuirono abbastanza valore ai frammenti da portarli con sé. Oltre queste ceramiche geometriche datate tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII sec. a.c., il cumulo conteneva anche oggetti semplici e di impasto locale, pesi da telaio e, interessante, ceramiche di Corinto dello stesso periodo. Tra quest’ultimi, c’é un frammento di un raffinato oggetto protogeometrico. Gli altri 174 frammenti appartengono a un numero ristretto di anfore da trasporto di Corinto.
Sebbene tutte queste date, di fatto indichino un’occupazione intensiva del luogo almeno dall’età del ferro fino al cuore del periodo Romano Imperiale, sinora non si sono avute informazioni dettagliate sull’estensione o natura del luogo, tantomeno di nessun cambiamento. L’identificazione del luogo era specialmente confusa, a causa del fatto che le notizie sulle scoperte delle tombe pre-romane non venivano solo dalla contrada Castelli ma anche dal villaggio di San Pancrazio, appena ad ovest di esso. Nel 1990 un’estesa esplorazione della zona ci ha convinto, comunque, che il luogo nella contrada Castelli era definitivamente separato nello spazio da qualsiasi ritrovamento in San Pancrazio, che sono distanti almeno Km 1,5.
Le scoperte riecheggiano dei luoghi dell’avvenuto ed esaminano scoperte di necropoli rurali che oggi sono conosciute per aver accompagnato molte antiche fattorie e gruppo di casolari (confronta Boersma et al. 1990; 1991; Yntema 1993-1). D’altro canto, l’esplorazione confermò la nostra convinzione che la contrada Castelli conteneva un complesso innato insediamento di coloni, forse un importante villaggio, che era ben collocato per un’intensa esplorazione.
Il nome di San Pancrazio Salentino trae origine dal suo protettore San Pancrazio. Sembra infatti, che il primo nucleo abitato di età medievale sia sorto intorno ad una preesistente chiesetta dedicata al Santo, che si ritiene sia passato per queste terre prima di recarsi a Roma.
L’attributo Salentino pare sia stato aggiunto, previa richiesta del Consiglio Comunale, con Regio Decreto del 21 Settembre del 1862, per evitare confusioni con l’altro San Pancrazio Parmense.
Lo stemma di San Pancrazio Salentino, riconosciuto con regio decreto del 23 Aprile 1931, presenta un’aquila coronata ad ali spiegate, che ha nel becco una spiga di grano e in petto una stella.
L’arma civica ha punti di contatto con quella degli Aleandro, arcivescovi di Brindisi e signori di San Pancrazio, con Girolamo e Francesco dal 1524 al 1560. Nel 1547, la quiete della cittadina fu scossa da un’incursione turca; secondo il racconto di Girolamo Marciano cinque galeoni battenti la bandiera della Mezzaluna, la notte del primo gennaio, approdarono a Torre Colimena. Sbarcarono un centinaio di pirati guidati da un rinnegato, tale Chria. Questi guidò la banda sino a San Pancrazio e colse la popolazione completamente indifesa: praticamente tutti gli abitanti furono catturati, trasportati in Turchia e venduti come schiavi.
L’episodio è diffusamente narrato nelle pitture parietali che si trovano nella chiesa di Sant’Antonio, peraltro anch’essa saccheggiata. Ne rimane memoria negli atti della visita pastorale dei presuli brindisini ed anche in un’epigrafe. I primi provvedimenti relativi alla ricostruzione e al ripopolamento si devono a Francesco Aleandro che può essere considerato un secondo fondatore di San Pancrazio. La località, peraltro, era stata individuata come residenza estiva arcivescovile; in un certo senso, costituiva una Castel Gandolfo brindisina.
Particolare cura, ne consegue, i metropoliti hanno avuto per il castello sede dei loro prolungati soggiorni ed oggi in condizione di gravissimo degrado. Era stato Girolamo Aleandro, secondo Giacomo Arditi, a preferire San Pancrazio ad altre località dell’arcidiocesi; egli avrebbe dimorato qui perchè “invaghito e contento della bontà dell’aria”. Finita la lunga stagione feudale, non giunsero per San Pancrazio i tempi dell’autonomia; il casale, infatti, rimase aggregato, in qualità di frazione, a Torre Santa Susanna. Se ne riuscì a staccare, per quel che si racconta, allorchè passando il Re dalla cittadina, una bambina, Chiara Micelli, gli offrì un fascio di magnifici fiori appena colti. Il Sovrano gradì il dono ed ascoltò di buon grado quanto ella chiedeva ossia che San Pancrazio fosse dichiarato comune autonomo. 
Ferdinando II, di lui dovrebbe trattarsi, acconsentì e con decreto del 17 dicembre 1838 stabilì che dal successivo primo gennaio 1839 il paese formasse “un comune con amministrazione isolata e indipendente”. Le origini di questo abitato, però, risalgono ad un periodo di gran lunga anteriore a quello documentato dalle fonti medievali.
La ricerca archeologica ha messo in luce i resti di un insediamento iapigio-messapico, in parte sotto l’attuale centro abitato, in parte in località immediatamente fuori di esso (contrade Castelli e Masseria Leandro). E’ possibile affermare che il centro antico sorse e si sviluppò tra l’VIII – VII secolo a. C. e il III secolo a. C. Materiali recuperati in modo fortuito hanno permesso di individuare un’estesa area munita di fortificazioni, realizzate probabilmente nel IV secolo a. C.
Lavori di “Completamento delle infrastrutture primarie nella Zona P.I.P. Industriale“. Importo complessivo del progetto euro 1.000.000,00. Incarico tecnico professionale all’ing. Cosimo Andriulo già collaudatore tecnico amministrativo, per la redazione del collaudo statico – impegno della spesa
lavori di “Completamento opere di urbanizzazione primaria all’interno della zona industriale“. Importo del progetto euro 1.420.000,00. Affidamento incarico professionale per la redazione di una relazione geografica da allegare al progetto esecutivo